“Le masche
non esistono: le masche le facevano
vedere i furbi agli sciocchi.”
È questa – nelle parole
di un anziano raccolte da Nuto Revelli
ne “Il mondo dei vinti”
– l’essenza della tradizione
delle fattucchiere di Langa.
Un universo di superstizione e ingenuità
che univa un popolo intero nella paura
e nell’intolleranza: questi temuti
personaggi erano semplicemente uomini
sfavoriti dalla natura, deformi nel
corpo o soltanto d’indole poco
socievole. Spesso erano donne, generalmente
anziane: la loro esistenza solitaria,
ritirata in luoghi appartati, alimentava
dicerie fino a farle diventare, nella
credenza popolare, fattucchiere malvagie
e pericolose.
Superstizione o innocenza,
le masche erano in ogni caso temute
a tal punto da costringere i contadini
ad assecondarne le bizzarrie nel loro
vivere quotidiano: molti cercavano di
non passare, né tantomeno di
soffermarsi, nei luoghi che si ritenevano
frequentati dalle masche, le donne ritiravano
per la notte la biancheria degli infanti
– vittime preferite dei loro sortilegi
– e le persone sospette erano
accuratamente evitate.
Fantasia e superstizione sono ingredienti comuni a ogni
tradizione contadina. Nelle Langhe, tuttavia, questo rapporto
è così intenso da aver plasmato un’intera
cultura: personaggi misteriosi e figure bizzarre
popolano queste colline, segnano riti e credenze, ne infestano
le notti. La stessa saggezza popolare ne è
intrisa e, tra ingenuità e scaramanzia, sono molti
i precetti che ancora oggi si ricordano: non bisogna tagliare
le unghie ai bambini piccoli, altrimenti, quando diventano
grandi, si mettono a rubare; se piove e, nonostante questo,
le galline continuano tranquillamente a razzolare nei campi
vicini alla casa, è segno che la pioggia durerà
a lungo; quando si costruiva una casa era tradizione mettere
in un muro maestro alcune bottiglie di vino buono come portafortuna.
la leggenda della donna biscia
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