Quello che segue è un racconto che ci arriva dal 1300, periodo in cui già governavano il feudo di Barolo i Conti Falletti, il racconto è un riadattamento dal testo di Euclide Milano (1880-1959), tratto dal volume "Nel regno della fantasia - Leggende della Provincia di Cuneo" (Torino, 1931, pp. 121-127)
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L'OLTRAGGIO VENDICATO - Allora non giochiamo più.
- Fate come volete.
- Insomma, chiamiamo a giudice chi ha visto senza parteggiare
per nessuno. Lo dica lei, signor Conte: faccia da arbitro.
E' fallo o è buono?
- E' buono. Su, Patrito, va alla battuta. Quaranta pari.
Chi aveva sentenziato a quel modo tra le due squadre era
il Conte Falletti, signore di Barolo, che, vestito da cacciatore,
con i grossi stivali di cuoio e il cappello piumato, tenendo
tra le mani il frustino, assisteva, così per ozio,
alla partita domenicale cui erano soliti dedicarsi i giovani
del villaggio.
Alta, massiccia e fiera, sorgeva in vicinanza di quella
piazzetta, la mole Maestosa del Castello di Barolo, dove
egli, il conte Falletti, si godeva i frutti dei suoi avi,
sfogando la sua ambizione nell'esercizio dei diritti feudali
acquistati in questa contea.
All'apparenza era un uomo alla mano, che, invece di starsena
chiuso in quella rocca o di uscirne soltanto tra i suoi
soldati armati fino ai denti, amava andarsene anche da solo
per le vie del paesello e per le verdi colline circostanti:
tant'è vero che quando i giovani si esercitavano
al tiro della palla (pallone
elastico) si mescolava tra loro e fungeva persino da
arbitro. Ma sotto quella maschera di signore borghese c'era
ben altro. C'era il tiranno. Avido e insaziabile, non lasciava
respiro a quei poveretti che dipendevano da lui, pretendeva
tutti i servigi a cui il suo titolo gli dava diritto, ne
esigeva spietatamente ogni specie di tasse, multe e partecipazioni
esose.
Ma per di più, essendo scapolo impenitente, voleva
rispettato, inesorabilmente, il diritto feudale per cui
tutte le spose, prima che al talamo coniugale, dovevano
accedere al suo. Non già il dolce tiepido nido amoroso
del marito accoglieva dunque in Barolo, e nelle casette
solitarie sparse per i suoi vigneti, le timide donzelle
benedette dal sacerdote, ma il grande castello dalle mura
massicce e nere, irto di merlature, fosco d'armi e d'ombre.
Il giovane a cui, quella domenica del milletrecento il
conte aveva dato ragione, si chiamava appunto Patrito. Era
una simpatica figura di contadino aitante nella persona,
agile e robusto, col volto illuminato da un perenne sorriso.
Neri gli occhi, neri i capelli ricciuti, bruna la carnagione.
Certo era un giovane simpatico, e tutti gli volevano bene.
Anche il conte Falletti pareva avere per lui una certa predilezione.
Ma se Patrito ricambiava la simpatia di tutti, aveva poi
un affetto ben più forte per una personcina abitante
in una casuccia, la cui facciata dava appunto sulla piazza
ove soleva giocare al pallone: Maria. La graziosa contadinella,
appena egli appariva sulla piazzetta, s'affacciava alla
piccola finestra ornata di garofani e di gerani, gli fissava
gli occhi addosso, e l'accompagnava in tutti quei va e vieni
del gioco senza cessare un istante di contemplarlo.
Ormai lo sapevano tutti che quei due se la intendevano,
e che, avendo i poderi vicini nei pressi del piccolo corso
d'acqua che scorre ai piedi di Barolo col nome di rio della
Fava, avevano spesso lunghi colloqui e si accompagnavano
andando al lavoro o tornandone a sera. Che si volessero
bene lo sapeva anche il conte, il quale, assistendo al gioco,
aveva facilmente compreso il muto linguaggio dei quei sorrisi.
Fu per questo che quando, sempre in quella domenica memoranda,
il Patrito ebbe concluso la partita con una magnifica vittoria
tra gli applausi degli astanti, il conte gli si accostò,
e dopo essersi anch'egli congratulato, gli rivolse questa
domanda: « E quando, Patrito, sposerete colei che
vi guarda di lassù? ». E levò il frustino
verso la nota finestra, costringendo la Maria a ritirarsene
imbarazzata.
segue >>
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